Quello che non ho detto a Jean Marc

Mattina presto, il fiato si fa condensa e il freddo mi punge le narici.
Sono rimasto fermo a guardare la mia auto andare via con un altro. Mentre firmavo il documento di vendita, la penna faceva lo stesso rumore della lancetta, della clessidra e del decadimento cellulare. Segnava il tempo passare.

Cambio targhe

Non ho raccontato a Jean Marc di quel trasloco a Parigi sotto la neve a finestrini straripanti; non gli ho raccontato di quando per evitare il Frejus ho scoperto il Moncenisio a bocca spalancata; e nemmeno della mia guida a Londra in contromano, dei castelli sulla Loira o di come ho urlato “mare in vistaaaa” dopo 18 ore di guida verso l’Elba.
Non gli ho detto che i graffi sul copri bagagli li ha fatti Lenin mentre lo portavo al mare, e che quelli sulle plastiche erano un souvenir dai miei concerti; non gli ho detto dei miei blablacar, della comparsata nel film di Gerardo come auto dei rom, di quando parcheggiavo in banlieue perché non potevo permettermi i parcheggi del centro.
Non ho detto a Jean Marc nemmeno di quel selfie in Lussemburgo, della spiaggia di Ravenna rimasta per quattro anni sui miei tappetini, delle scopate, di qualche canna e di qualche ettolitro di vino tutt’ora impuniti ma fortuna mia tuttora privi di vittime.

Perché la vita, a raccontarla per quel che è, ci si guadagna solo sbadigli: le storie vanno ricamate, lo sanno bene le nonne e le loro tendiniti.
E così a Jean Marc ho detto solo “l’ho amata molto” e lui chissà cos’avrà capito, probabilmente l’auto.