Lonigo in the dark

Lonigo ha una stazione che mette a disagio: non ci sono tossici non ci sono spacciatori, domanda e offerta non si incontrano mai là dove nessuno comunque, mai, s'incontra mai, né per arrivare – dio quanto mi sei mancato fatti abbracciare – né per partire – Veneto de merda va in mona de to mare.

A Lonigo oltre al lavoro c'è la figa e se non c'è lavoro c'è comunque la figa ma se non c'è la figa c'è l'alcool e spesso c'è comunque l'alcool che è anche meglio, dice stappami senza mai chiedere chi te l'ha data a bere ieri sera.

Ho mezz'ora d'attesa ed entro al bar della stazione.
Non ho grandi attese, ma Giorgio Poi nell'auricolare invita a non disperare, «Dentro la stazione fanno bene il caffè, è vero l'hai scoperto te, di solito ci vengo i giorni fuori stagione».

Aspetto al bancone il mio turno per ordinare uno spritz.
Nicola, che io non conoscevo, ha la faccia di uno che nella vita fa l'arredamento d'interni. Si appoggia alla mia valigia e dice scusa, scusa ma mi viene troppo da appoggiarmi.
Fai pure, giuro che non esplode.
Ordino da bere, faccio io dice Nicola alla barista. Poi arrivano gli amici. Il fatto che io abiti a Parigi mi rende un fenomeno da baraccone di provincia, mi chiedono com’è. Disattendo le loro aspettative dicendo che Parigi non è facile le case son piccole le delusioni grandi, e forse era quello che speravano dicessi perché sembrano aver ritrovato il senso di abitare in un posto dove non ci sono spacciatori in stazione e così mi hanno offerto tre giri di bitter e prosecco, ordinandone due in tre, tre in quattro, quattro in cinque, unica occasione di praticare la matematica, e poi sono partiti dicendo passa a trovarci, che il prossimo lo offri te.

Ho salutato Gianna che non conoscevo ma mi aveva offerto un piatto di pasta quando mi ha sentito dire che a Parigi agli aperitivi non si mangia.

Ho salutato il Veneto e per una volta, non la prima, mi sono sentito in partenza.
Se solo fossero così anche con chi arriva.