La volta che Macron è stato incoronato

Champs Elisées

Non ho mai avuto quello che i più considererebbero un lavoro.
Amo la scomodità e non capisco chi insegue il posto fisso, né le principesse che vivono per sempre felici e contente.
A Beethoven la sordità regalò la nona sinfonia, a me il disagio regala avventurose, splendide, rotture di coglioni. Quasi la stessa cosa.

Stamattina incoronavano Macron e io dovevo attraversare gli Champs-Elysées per andare da Matteo in bicicletta, sotto a una pioggia sottile. Mi ci vogliono 40 minuti ad andare e 40 a tornare, inclusi i momenti instagram, ma è molto più divertente che prender la 13.

Vista alla tivù, l'incoronazione è un matrimonio con parenti noiosi, ma vista dal manubrio è diversa: ti trovi a superare decine di blocchi di polizia, transenne, percorsi obbligati. Non si scherza per un cazzo, non si tira il riso.
Anche se una risata mi è scappata lo stesso, pensando che hanno dato le chiavi delle armi nucleari a uno che non ha manco fatto il militare.

Comunque: attraversavo i campi elisi, ma di grano eliso neanche l'ombra.
C’erano i ragazzi della banda che scaldavano i tromboni, il vigile in divisa della domenica che dava indicazioni, e poi le centinaia di bandiere francesi che stasera qualcuno dovrà pur staccare piegare e metter via, e chissà se le contano e se gli assegnano un numero di inventario seguendo un protocollo, e segnano bandiera n.159 archivio B7, e poi qualcun altro dovrà conservare l'inventario e regolarne la consultazione con appositi permessi, timbri e deleghe, ma come fanno?

Non puoi capire quanto ami il mio lavoro precario e anarchico.
Io che nei miei trentadue metri quadri non so nemmeno più dove ho ficcato la bandiera della pace.