Difendiamo la libertà© di fare cultura©

Ho visto un video nel quale i Grandi Autori, gente in grave difficoltà economica, spiegano che la pirateria on-line fa male alla cultura (non sta riscuotendo grande successo: 90% di "non mi piace").

Fermiamo la Pirateria Digitale.Difendiamo la libertà© di fare cultura©.

Ci sono dei difetti di ragionamento in quel che dicono Ruggeri, Vecchioni, Ron, Battiato, Einaudi, Pagani e altri, e volevo sottolinearli.
Il loro slogan è "Fermiamo la pirateria digitale. Difendiamo la libertà di fare cultura".

Primo, mi devono spiegare la relazione che c'è tra la pirateria e la libertà di fare cultura, concetto piuttosto vago nel quale entrano sia musica che cinema, ma anche libri, teatro, concerti, balletti, mostre, monumenti, scuole, autori contemporanei ed autori del passato di ogni genere e arte. Loro invece nel termine cultura sembrano riconoscere solo se stessi.

Secondo, occorre dimostrare che vi sia una relazione diretta tra pirateria e calo della vendita di prodotti musicali. Stiamo vivendo una crisi economica in tutti i settori, perché loro dovrebbero esserne esenti? Potrebbe essere semplicemente una crisi fisiologica, conseguente a una bolla del tutto simile a quella del mercato automobilistico? Loro credono di fare Arte, con la A, ma di fatto fabbricano automobili, con la a, che vanno sul mercato con le stesse strategie di marketing e gli stessi giochi pubblicitari che usa la FIAT per renderle appetibili.
Io abito in Francia, quì dal 2010 c'è l'HADOPI, una legge anti-pirateria molto severa. Allora dal 2010 l'industria della musica dovrebbe essere rinata, e la cultura con lei!
Invece no, i dati della "Cité de la musique" di Parigi parlano chiaro: il mercato musicale nel 2011 ha perso 36 milioni di euro di fatturato (più del 10%) rispetto al 2009. Inoltre per mantenere in piedi una struttura di vigilanza del traffico internet complessa come quella dell'HADOPI, nel 2011 i francesi hanno dovuto spendere 12 milioni di euro e rinunciare a molti vantaggi dell'innovazione digitale (ad esempio il wi-fi libero).
In compenso in Italia, patria di ladri e pirati, è aumentato il fatturato dei concerti del 4%, segno forse che chi si appassiona ad un artista spende volentieri per vederlo dal vivo. Merito della pirateria? Non lo so, di sicuro si fatica ad affermare una relazione tra pirateria e vendite musicali.

Terzo, l'arricchimento di certi tramaccioni con siti tipo Megaupload è dovuto, lo dice nuovamente l'esperienza francese, alla negazione di spazi indipendenti attraverso leggi come HADOPI o limitazioni di servizio come quelle imposte da alcuni provider: privati dei circuiti P2P nei quali ci si scambia musica da utente a utente senza la vendita di servizi accessori, si ricorre ai siti di download pieni di pubblicità. Tutto perché le persone vogliono scambiarsi musica, e anche se oggi lo fanno con più comodità, l'hanno sempre fatto.


Anche se Battiato sostiene che «Steve Jobs in questi anni ha mostrato la strada» per far convivere vendite e tecnologie digitali, a me pare abbia mostrato solo la strada per negare i diritti digitali a favore delle industrie dell'intrattenimento, e per riempire il pianeta di rifiuti che avrebbero potuto avere una vita più lunga.
Si sta presto ad osannare la rete quando aiuta le rivoluzioni nel mondo arabo, ma ci si dovrebbe anche chiedere quali azioni lavorano in senso opposto: controllare i diritti d'autore per molti governi può portare a controllare i mezzi di comunicazione. La centralizzazione attorno ad un unico potere, che oggi su internet è spesso una grossa azienda privata, è sempre negativa, e gli strumenti per punire i reati esistono già in abbondanza nella nostra società, senza bisogno di inventarne degli altri.

E ancora Battiato, che stimo molto, dovrebbe spiegarmi perché ad esempio il suo ultimo album Telesio lo vende a 71 euro in Italia e a 146 euro in Francia, dove è più difficile scaricarselo pirata.

La SIAE, in questi giorni al centro di uno scandalo per aver fregato i contributi della maggior parte degli artisti che si vanta di difendere, dovrebbe ricordare anche che gli italiani pagano già da alcuni anni un contributo economico su tutti i supporti vergini (CD, DVD, hard-disc, chiavette USB...), anche su quelli usati per lavoro o per i filmini della cresima, perché potenzialmente ci si potrebbe registrare materiale piratato; si chiama equo compenso ed è un obrobrio giuridico perché punisce la potenzialità di delinquere, un po' come imporre a tutti quelli che comprano un coltello di pagare un contributo alle famiglie degli accoltellati.

Vogliamo poi parlare del vastissimo repertorio di musica che ha fatto la storia e che ora non si trova più negli scaffali, pur rimanendo coperto da diritto d'autore, solo perché non è appetibile per il mercato main-stream? Io su internet, scaricando illegalmente, ho scoperto dei capolavori d'altri tempi che non avrei mai potuto conoscere a causa dell'avidità degli editori. Ed oggi comprerei pure il disco, se esistesse (quando ho potuto l'ho fatto).


C'è infine un problema, per me il più importante. Che tutte le soluzioni finora ipotizzate per monetizzare i diritti d'autore su internet impongono forti limitazioni alle libertà ed ai diritti digitali delle persone e frenano l'innovazione e la conoscenza.
Siamo sicuri ne valga la pena?