Questa cosa dell'Agenda Digitale

L’altro giorno in metro mi sono accorto che c’erano delle pubblicità di programmi televisivi. Forse c’erano sempre state ma non ci avevo fatto caso, una recitava tipo “Crossing Lines, tous les mardis à 21h00”. Mi sarei sorpreso meno se avessi visto una pubblicità della RATP in televisione.

Poi riguardando qualche video a casaccio del FunkyProfessor - il mio modo di salutarlo, anche se non lo conoscevo - mi sono imbattuto in lui che raccontava di sua figlia davanti a un monitor del pc, a lasciar ditate sullo schermo dicendo “papà non funziona”.

A molti impiegati non piacerà, ma le abitudini non solo stanno cambiando, ma stanno cambiando in fretta e prima ancora che imparare a usare strumenti nuovi con modalità nuove bisogna imparare a tenere la mente aperta, a non parcheggiare il cervello su una poltrona.
(basta leggersi l’ultimo rapporto CENSIS per capirlo)

Qualche mese fa sono stato coinvolto nell’Agenda Digitale Locale di Ravenna, una sperimentazione di processo partecipativo sulle prospettive digitali della città.
Così è da qualche mese che mi interrogo sul senso di questa cosa: da un lato abbiamo voglia, seppur con risorse limitate, di dare una spinta all’innovazione del nostro territorio partendo proprio dal digitale, dall’altro ci sono ostacoli più grandi di noi dettati dall’alto, dove per “alto” non intendo il dirigente comunale, neanche l’assessore, neanche il sindaco, un po’ la regione ma soprattutto l’alto intendo il governo con ministri che mesciono le solite minestre dell’antiterrorismo, dell’evasione e delle tasse sulla villetta al mare per imporre restrizioni e tagli di bilancio. Insomma, solite cose.
A questo aggiungi la scarsa cultura, digitale e analogica, con cui fa i conti l’Italia.

Esempi concreti?

La PEC, Posta Elettronica Certificata. Quando 50 anni fa hanno inventato l’e-mail non hanno pensato a un sistema robusto di identificazione, quindi non si può mai essere certi del mittente e se il destinatario abbia ricevuto il messaggio. In termini giuridico-legali significa molto, così c’era bisogno di inventarsi un sistema che accertasse l’identità del mittente e del destinatario e sostituisse il fax e la raccomandata con ricevuta di ritorno. In Italia è nata la PEC, e lì c’è rimasta visto che nessun altro paese al mondo utilizza questo sistema, del resto essere in Europa non sembra un buon motivo per aderire a degli standard.
E quante rotture di palle ha generato la PEC? Chi ha un’impresa lo sa bene.

La password del wi-fi, che può essere consegnata solo dopo aver accertato e appuntato su apposito registro l’identità di chi si vuole collegare (ora forse cambierà, pare, dicono, vedremo). Risultato? I locali più alla buona o hanno il w-fi aperto, o danno la password a chiunque prenda da bere, rischiando così di servire una birra con password al terrorista islamico che vuole mandare un’e-mail esplosiva al papa. Oppure quelli più seri, tipo il Comune con il suo wi-fi pubblico, dà la password solo se presenti il documento, compili e firmi: comodo per i turisti che vogliono fare check-in in piazza del Popolo, no? È per questo, e per la scarsa diffusione dell’ADSL, che in Italia è molto meglio avere la connessione internet via telefono da usare ovunque senza rotture burocratiche.
E negli altri paesi? Non lo so. In Francia la password c’è, per ragioni di tutela del copyright, anche se anche qui forse cambierà, pare, dicono, vedremo, ma almeno le compagnie telefoniche riservano ad uso pubblico un po’ di banda di ogni abbonamento: ogni router fa anche da access point, con il risultato che con la mia password posso usufruire del mio wi-fi in tutti i centri abitati della Francia, senza dovermi registrare in ogni locale con wi-fi.

La velocità delle connessioni: in Europa più lenta dell’Italia c’è solo la Turchia (dati di aprile 2013). Qui a Parigi (scusate se faccio continui paragoni, ma anche se non sanno cucinare va riconosciuto loro la serietà con cui investono in cultura e innovazione) la linea più piccola è da 28Mbit mentre in Italia di norma te ne offrono 7, che poi vanno a 2.
Mi dirai grazie tante, stai a Parigi… falso. La fibra ottica c'è ma serve solo per far funzionare la ZTL, la Telecom la vendiamo agli spagnoli dopo che per anni ha pensato solo a tagliare. C’è qualcosa che si incaglia da qualche parte, com’è vero che appena vai un po’ in campagna tocca cercare su e-bay se qualcuno ha da rivenderti un 56k.

La burocrazia insfangabile, che ci fa rincorrere un sogno dove le macchine mettano in ordine e noi pensiamo solo a fare bene il nostro lavoro. Così ti trovi a iscrivere tuo figlio a scuola via internet, finalmente, per poi scoprire che dall’altra parte ricopiano a mano i nomi perché non hanno un sistema che gestisca le iscrizioni in maniera automatica.

La finisco con gli esempi ma ce ne sarebbero tanti altri.
Di fronte a questo scenario, che puoi fare?
Ecco, te lo dico io: puoi conoscere le persone che giorno per giorno provano a sbrogliare la matassa, che lo fanno per lavoro o soltanto per passione.

Agenda Digitale Ravenna, incontro

Per l’Agenda Digitale ho partecipato ad alcuni incontri con tecnici e responsabili locali, e sono persone competenti che ci stanno provando ad andare avanti con o senza agenda, e i risultati non sono ottimi ma sono sufficienti ad evitare il disastro. Ci sono problemi complessi, a volte anche inutili formalismi, dietro al groviglio della gestione informatica delle amministrazioni, e conoscerli un po’ è estremamente stimolante.
Ascoltando queste persone mi sono convinto che tutti abbiano un po’ il dovere e un po’ la responsabilità di interessarsi al futuro digitale della nostra città, perché è cruciale, non può essere patrimonio di pochi. Non serve essere dei tecnici, bisogna prendere confidenza con questi argomenti, rassegnarsi a nuovi concetti e abituarsi a nuovi strumenti, perché ci sono già persone che prendono decisioni importanti per tutti e che tu dovrai legittimare con il voto, cercando di capire se stanno facendo bene o male, perché i problemi scritti prima non sono altro che il frutto di politiche digitali miopi e servili degli interessi di amici parenti e sponsor.

È una sorta di alfabetismo, dobbiamo reimparare a scrivere.
La cultura digitale non è saper usare facebook. Ed essere innovativi non è avere dei touchscreen pubblici pieni di pubblicità e chiamarli vetrine interattive, facendo finta che possano essere utili a qualcuno.
Occorre costruire il contesto nel quale si sviluppino la cultura, le opinioni, le idee, le capacità e le risorse del futuro.
Bisogna conoscersi, scambiarsi esperienze e competenze in maniera libera, non perdersi di vista, studiare strategie e valorizzare idee innovative, pretendere trasparenza e standardizzazione, resistendo alla nausea della deriva del nostro Paese, e questo vale tanto per i cittadini quanto per le aziende.
Perché nessuno, ad oggi, ha ancora ben chiaro quale sia la via d'uscita.

Come si fa? Il primo passo è partecipare all'Open Space Technology e mettersi in contatto con quanti hanno già iniziato a studiare la situazione negli incontri precedenti.

Questa è l’Agenda Digitale. Ed è un’agenda aperta a tutti.



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