Venezia e laguna

Come il vino e il mare, ubriaca intorno, entra nelle cose e non le lascia più (Radiodervish)

Custode del tempo, minaccia e difesa, anima di case e persone, l'acqua salata ha fatto di Venezia un non-luogo in bilico tra modernità e tradizione.
La laguna stenta a tenere il ritmo delle novità, vi si adatta goffamente e in fin dei conti sembra non possa fregargliene di meno.


Custode del tempo, minaccia e difesa, anima di case e persone, l'acqua salata ha fatto di Venezia un non-luogo in bilico tra modernità e tradizione.
La laguna stenta a tenere il ritmo delle novità, vi si adatta goffamente e in fin dei conti sembra non possa fregargliene di meno. Tutto ciò che per noi, uomini di terraferma, è comodità, deve essere adattato al mare per poter essere adottato da Venezia, deve fare i conti con l'acqua salata che circonda e penetra ogni cosa.
Gli autobus diventano battelli, i taxi motoscafi, così come le ambulanze e gli spazzini. La polizia qui non si può inventare parate a cavallo o agevoli biciclette: a Venezia ci sono piedi e barche. I camion edili si spostano in barca pure loro, e una volta a destinazione trovano poco conforto nel possedere delle ruote. I postini bestemmiano, in accorata sintonia con gli operatori di servizi quali acqua, gas, elettricità, telefonia ed internet: tutti in coro a maledire l'acqua salata, nemica degli affari in questa zattera antica.

Venezia. Lo spazio è finito, comprimersi non si può più. La città è un museo, la laguna una cattedrale. Svettano alti in ogni isola i campanili, le croci, i tetti delle chiese, visitabili con la calma degli spostamenti in mare, cullati da onde leggere che nell'estasi conducono ad un altro tempo nel quale ritrovi il filo rosso tra Arlecchino, Casanova e Giordano Bruno. A guidare le barche tra le secche ci sono pali di legno ben piantati, da cambiare spesso, con appiccicate insolite indicazioni di navigazione, ci sono moli ed attracchi da manutenere, imbarcazioni da pulire e rimediare. Le case cedono inzuppate come biscotti a colazione, in attesa dei rinforzi degli stranieri.
Ora che Venezia, obsoleta per il commercio moderno, vive di turismo, il mantenimento della città è diventato un costo e non un investimento. Dalla città e dalle isole i veneziani se ne stanno andando, vittime di una forma discreta di colonialismo, quella del danaro, col suo esercito ben armato di turisti ed imprenditori. E vittime della propaganda, quella che convince a preferire la periferia affollata di negozi, cinema e fast-food alla vecchia isola-museo con le sue botteghe, teatri e ristoranti.

Quanto è incantevole Venezia, modellata dalla storia della serenissima, tanto è oscena Mestre che di quel decoro e di quella dignità non porta nulla in terra ferma. Neanche l'acqua salata, estranea al cemento che il cemento non ha storia, non ha anima, non vive di memoria.