Kerak, dicembre 2007

Ultima tappa del mio viaggio in Giordania è Kerak, città che si trova più o meno a metà strada tra il nord ed il sud del paese.

Kerak, dettaglio del castello


Ultima tappa del mio viaggio in Giordania è Kerak, città che si trova più o meno a metà strada tra il nord ed il sud del paese.
A portarci a Kerak è Heungchul, al quale abbiamo chiesto un passaggio in auto dal Wadi Rum ad Amman. Kerak, ci avvisa la guida, è difficilissima da percorrere in auto, a causa dei numerosi e contorti sensi unici. Ce la caviamo quasi bene e parcheggiamo vicino al castello, nostra meta.

La storia del castello è crudele ma ahimè non singolare. Esso si trova infatti lungo la strada che portava da Gerusalemme alla Mecca. Questa strada era molto frequentata sia dai musulmani, per ovvie ragioni di fede, sia dai cattolici che la utilizzavano invece per raggiungere Gerusalemme. Durante le crociate cristiane, i fedeli di entrambe le religioni avevano pattuito una specie di tregua lungo questa strada chiave, una tregua che avrebbe concesso ad entrambi di professare in tranquillità il proprio culto.
Ma i templari, che erano lì per conquistare ed ammazzare più che per credere e pregare, non rispettarono la tregua e costruirono questo imponente castello su un colle proprio lungo la strada. Da qui riuscirono a catturare numerosi mori; li imprigionarono, li torturarono e quindi li ammazzarono. Si narra di un divertimento in voga tra i crociati che vivevano in quel castello: una volta torturati per benino gli infedeli, per ammazzarli li gettavano dalle mura del castello lungo una parete lievemente inclinata, in modo che nella discesa si frantumassero per bene tutte le ossa.
#img6|left#Per evitare che però morissero subito, gli chiudevano la testa in una cassa di legno in modo tale da salvaguardarla dagli urti contro la ripida muraglia, prima, e contro il suolo poi. Le vittime potevano così godere più a lungo del dolore procurato dalle ossa rotte e dagli organi schiacciati, agonizzando al suolo fino alla morte.
Poi Saladino lo conquistò, dopo mesi di assedio, e ne fece costruire altre parti dai memelucchi.

Del castello oggi restano dei muri, bianchi come la pietra e bianchi come la calce con i quali li hanno ricostruiti. Le numerose stanze offrono, grazie ai raggi di sole che entrano dalle finestre, atmosfere suggestive.
Un vecchio zoppo del posto, improvvisandosi guida, ci conduce con una piccola torcia lungo le celle carcerarie, piccole ed umide, trapelanti ancora violenza. Ci intrufoliamo anche in qualche piccola stanzetta buia, in cima a scale dimenticate, dove troviamo la solita ed immancabile immondizia. In uno stanzone troviamo appesi dei panni ed accatastati dei materassi: forse sono dei muratori che stanno lavorando al restauro, vista l'abitudine che hanno gli operai giordani di abitare nei cantieri, o forse sono costumi per il film che stanno girando nella parte bassa del castello.
#img5|right#Arrampicandosi sopra, in quella che era la residenza del sultano mamelucco, si può godere di un panorama mozzafiato sui colli circostanti.

Visitiamo anche il museo storico di Kerak, che si trova proprio dentro al castello. Vedo esposta una stele nera, la famosa Stele di Mesha, eppure ero sicuro di averla già vista uguale ad Amman. Leggo nella targhetta che quella è una copia della ricostruzione dei resti dell'originale, il quale è andato distrutto poco dopo il suo ritrovamento.
Fabrizio, mio compagno di viaggio, pare saperne di più. È una storia che risale al rinvenimento della stele, una storia ancor più importante del contenuto stesso della stele, una storia che i musei tacciono.
Emanuel Deutsch, dopo aver ritrovato la stele nel 1868, si recò a Londra per ricevere oro con il quale acquistare la stele dalle tribù arabe che la conservavano. Nel frattempo le tribù provarono a stabilire le spartizioni del ricavato: una di loro deve essere rimasta scontenta e quindi pensò bene nessuno avrebbe fatto l'affare. Prese la stele, la mise prima sopra il fuoco bollente e poi l'annegò in acqua fredda, e la stele brillò in mille pezzi. Per rimediare al danno furono presi i resti, riappiccicati come meglio si riusciva e messi a Parigi, quindi dato vita a numerose copie che certo non hanno lo stesso fascino e neanche lo stesso valore dell'originale, però danno quella serenità del “nulla perduto”.
Ed in questa storia, l'ultima del mio viaggio in Giordania, si può trovare il senso della modernità.

Kerak, interno del castello
Kerak, interno del castello
Kerak, castello: residenza del sultano mamelucco
Kerak, panorama dal castello
Kerak, il muro da dove venivano gettati i mori