In cima puoi ancora saltare.

Non conosco ancora i miei limiti, e mi meraviglia oltrepassare le mie aspettative. È cosa sana.
Ad esempio non avrei mai detto che mi sarei spinto, a piedi, fino a quota 3644mt.


Non conosco ancora i miei limiti, e mi meraviglia oltrepassare le mie aspettative. È cosa sana.
Ad esempio non avrei mai detto che mi sarei spinto, a piedi, fino a quota 3644mt. A coinvolgermi in questa avventura è stato Fabrizio, col quale avevo toccato il mio record negativo di -400mt sul Mar Morto in Giordania. Un giorno mi dice “dai vieni a farti una camminata e a respirare un po' di sana aria di montagna, partiamo domani”... e che gli vuoi dire?

Il giorno dopo eravamo a Malè, in Trentino. Prima escursione di riscaldamento: salire al Grosté in funivia e scendere a piedi fino al lago Tovel. 6 ore di cammino tra marmotte e caprioli (dicono che c'erano, ma io ero distratto e non ne ho visto neanche uno), stelle alpine e fossili incisi nella roccia.
Giorno dopo, si fa sul serio: conquistare la vetta del Vioz, montagna nel gruppo del Cevedale.
Partiamo da una bella valle verde macchiata di abeti e larici. Salendo il paesaggio si spoglia in fretta, lasciando spazio a roccia grigia e rossa che disegna strapiombi e concede sentieri inventati per farsi scalare. Sopra i 3000 arriva anche la neve, togliendo spazio al fiato.
Camminare in montagna è un po' un'inculata: non puoi sfuggire ai tuoi pensieri, ti manca il fiato per parlare e nessun sasso è adatto a posarci sopra lo sguardo. Insomma sei costretto a fare i conti con te stesso e con questa estate di merda. Ecco il segreto dell'Himalaya patria della meditazione! Om Mani Padme Hum.
Conquistiamo la vetta dopo tre ore e mezza di salita. Più su non c'è altro che cielo, ma la vetta non è il limite ultimo, si può ancora saltare!
Scendere è un gioco. Ricompaiono l'erba, gli abeti, i larici, i turisti più pigri che stazionano a Peio. Ricompare la quotidianità, si intravede minacciosa l'ombra del lavoro.

Appendice: quel gran figo del larice


Il larice, ho scoperto, è il gran figo del bosco. Altro che quella schiappa dell'abete bianco.
Innanzitutto il larice non lo si pianta, arriva dove e quando vuole lui, e generalmente lui arriva dove e quando ce n'è bisogno. Tipo dopo una frana o robe simili. Cresce nelle condizioni di terra più difficili. Il suo legno è resistente ed i suoi tronchi sono lunghi e dritti, per questo lo usavano per fare le navi. La corteccia non ha resina, quindi neanche ci si impastrocchia le mani quando lo si tocca, ed all'interno del suo tronco serba la trementina. Le radici sono profonde, l'ideale per scongiurare frane e cedimenti. La sua crescita favorisce l'insediamento nel bosco degli altri alberi, al cui fianco trovano la protezione necessaria per crescere. Insomma il larice è un figo.
Il più sfigato del bosco invece è l'abete bianco: fragile e delicato, dal legno troppo morbido per costruirci qualsiasi cosa, pieno di resina che pastrocchia tutto attorno e con radici inutili se non a sé stesso. Unico pregio: proietta un'ombra meno minacciosa dell'ombra del lavoro.

Formicaio
Stella alpina
Io
Mosca amica
Lago Tovel
Riccardo sale il Vioz
Al rifugio
Fabrizio conquista la cima
La vetta al Vioz! 3644mt.
Si scende il Vioz
Fabrizio
Mio totem in onore allo spirito della montagna