Amman, dicembre 2007

Amman, ci sono arrivato di notte in aereo. Durante la discesa ho visto bene le luci di Israele disegnare strade e città. Amman delude, l'aeroporto è sporco – scoprirò poi la città esserlo ancor più – e tutto odora di fumo.

Amman skyline


Amman, ci sono arrivato di notte in aereo. Durante la discesa ho visto bene le luci di Israele disegnare strade e città. Amman delude, l'aeroporto è sporco – scoprirò poi la città esserlo ancor più – e tutto odora di fumo. Le pratiche per il visto sono noiose.
In taxi raggiungiamo la capitale della Giordania in circa 20 minuti sparati lungo una larga strada poco e mal frequentata. Le case sono malconce, grigie come le insegne dei negozi: gli intonaci cadono, i marciapiedi sono sconnessi, il traffico è selvaggio.
Ceniamo in una bettola. Non è facile per un occidentale soprassedere al disordine ed allo sporco di Amman, io me la cavo ma senza rinunciare alle mille battute del caso. È stata una fortuna quella di aver viaggiato da ospite e non da turista: scoprirò qualche giorno dopo che Amman concede, a chi se lo può permettere, anche quartieri ricchi con negozi ricchi e cene ricche e pulito ricco. Ma a me da sempre piacciono di più le facce dei poveri.

Il giorno dopo mi alzo presto e mi concedo un breve giro nel quartiere. La luce restituisce una dimensione terrena al paesaggio.
Amman è in forte espansione, nel giro di pochi anni la sua popolazione è triplicata e lo si vede dalla quantità di case in costruzione e dall'improvvisazione dei piani urbanistici che le fanno crescere senza riuscire ad offrire adeguate infrastrutture. Non esiste una rete idrica, ad esempio, e le strade sono distese di asfalto senza strisce e cartelli che salgono e scendono per le colline della città, dritte e pendenti senza tornanti o terrazzi. Ci si sposta in taxi, perché è economico e perché tanto l'autobus non c'è.

In due giorni ho visto praticamente tutto ciò che di storico, più o meno contraffatto, ha da offrire la città. Spogli musei di cultura popolare, rovine piene di immondizia, antichi capitelli accatastati l'uno sopra l'altro.
#img2|left#Il teatro romano ed il museo archeologico sono carini ma per uno che viene dall'Italia sono solo una noiosa prova del nostro imperialismo. Curiosa è invece la grande bandiera giordana che sovrasta le colline di Amman, mi hanno detto essere la più grande al mondo ma non ho verificato ed ha poca importanza. Sono felice nel vedere le moschee; la Husseini è quella storica, ma in generale è curioso ascoltare la sera la voce dei muezzin chiamare alla moschea dai minareti illuminati di verde.

#img4|right#Per le strade ognuno si arrangia a risolvere qualche piccolo lavoro, perlopiù inventato. Ogni giorno è mercato in ogni strada, fino a riempirle tutte di frutta e verdura, giocattoli cinesi, abiti cinesi ad imitazione di quelli italiani, scarpe, piccioni, cd copiati... i venditori urlano se possono più dei muezzin mentre mi interrogo sulla disarmante sporcizia che affiora ovunque.
Le pecore pascolano tra le auto in corsa, i bambini giocano in discariche a cielo aperto nei retrobottega, ed i gatti anneriti scappano. Lo smog graffia la gola, altro che benzina verde! Qui il piombo va giù pesante. E tutti suonano il clacson in continuazione, la precedenza si prende buttandosi in mezzo prima degli altri, ed i pedoni non attraversano la strada ma corrono schivando le auto da un marciapiede all'altro.
Eppure la gente sorride senza far caso alla miseria e alla trascuratezza in cui vive.
Donne in giro se ne vedono poche, e quasi tutte velate. Ma il velo sembra essere un indumento come la maglia, i calzini o la sciarpa, cioè indossato con estrema disinvoltura. Eppure si avverte che qui il rapporto uomo/donna è autoritario e violento, ma non è questione di velo.

Mangiare nelle bettole è sempre un'esperienza singolare, divertente anche. Tolta la carne mi restano sempre e solo hummus e felafel, il mio monopasto quotidiano assieme a dell'ottimo pane arabo. I dolci, abbondanti di pistacchio, sono buoni ma troppo zuccherati.
#img8|left#Per strada ci si ferma spesso a prendere un tè caldo con menta o salvia da qualche ambulante. Non c'è altro che Lipton o un'orribile marca locale di tè nero: deludente. In compenso mentre sorseggio dal mio bicchiere bollente, ci capita di avere a che fare con un venditore di banconote irachene. Amman si sta riempiendo di profughi in arrivo dal confinante Iraq, che vendono l'effige di Saddam Hussein nel tentativo di campare.
È nella città vecchia che conosciamo Shon, un inglese che ha una storia avventurosa da raccontare: partito dall'Austria in autostop verso Gerusalemme (Al Quds) per pregare per il padre malato, ha attraversato l'ex-Jugoslavia, la Grecia, la Turchia, la Siria fino alla Giordania. Ma Israele non l'ha lasciato entrare perché aveva il visto siriano, e anzi gli hanno timbrato il visto israeliano sul passaporto e quindi barrato. In Siria non l'hanno lasciato tornare indietro, perché nel passaporto c'era il visto israeliano, quindi ha deciso di scendere ad Aqaba per passare via mare in Egitto e quindi risalire in Austria attraverso l'Italia. L'abbiamo incontrato che discuteva con dei ragazzi che volevano farlo arrestare perché beveva vodka. È bastato dire che era amico nostro per lasciarlo andare in pace: i turisti possono fare tutto o quasi.

Il fatto è che in Giordania la cultura sociale è molto diversa dalla nostra. Tu guardi le loro sale da pranzo, i loro negozi, i loro marciapiedi e tutto ti sembra assolutamente incivile, eppure ci vivi in mezzo e capisci che il loro approccio al quotidiano è un altro, e quasi arrivi a capirlo ma solo un attimo prima di farci l'abitudine.

Amman, teatro romano
Amman, ombre
Amman, negozi
Amman, città vecchia
Amman, città vecchia 2
Amman, bandiera giordana
Amman, tè